Il trolley rosso

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Ho un trolley rosso, di quelli piccolini da viaggio, rigorosamente in tela, una di quelle tele lucide un po’ fashion che vogliono far passare come impermeabili, ma che comunque se piove si inzuppano.

Ecco, il mio trolley rosso non ha niente di più rispetto ad altri trolley rossi che si vedono in giro, eppure ultimamente penso che quando una delle sue ruote partirà (e sappiamo tutti che succederà) ci resterò male. È diventato una specie di feticcio del mio essere sempre in viaggio, del mio salire e scendere dal treno con l’offerta migliore, dei voli senza senso che prenoto inserendo come meta “Ovunque” su Skyscanner.

Negli ultimi sei mesi io e il mio trolley abbiamo macinato km, anche se un paio di volte l’ho dovuto lasciare a casa, ingolfando l’Eastpack multicolor che ho dalla seconda media.

Un compagno di viaggio, custode non solo di pochi cambi tattici e del beauty con liquidi che non superano il 100 ml, ma delle emozioni che accompagnano il rito del riempirlo per partire e per tornare.

Puntualmente la sera prima della partenza salgo a piedi scalzi sul bordo della vasca per recuperarlo dal ripostiglio, cercando di non rompere l’osso del collo o un ginocchio.

Lo apro sul pavimento del mio salotto/cucina/sala da pranzo/camera da letto (un tutt’uno praticamente) e lo guardo per un po’ riflettendo sui giorni di permanenza e su quello che programmo di fare: venerdì sera arriverò cotta, uscirò così come sto e nanna; sabato magari però la sera faccio qualcosa, no, non è vero, camminerò così tanto che è inutile pensare che mi verrà voglia di fare la giovane by night e così via, flussi di coscienza a go go.

Alla fine trova sempre posto qualcosa che non indosserò, un classico vestitino nero di sicurezza perché “il nero sfina e sta bene con tutto”.

Quando finisco di riempirlo mi convinco sempre che, una volta arrivata, mi renderò conto di aver dimenticato un elemento imprescindibile e maledirò il vestitino nero che mi ha distratta dalle cose serie.

Eppure quel momento sancisce la mia presa di coscienza che la settimana è davvero finita e che partirò, che quel biglietto preso per  andare sola verso una meta di cui non conoscevo neanche l’esistenza, o che mai avrei preso in considerazione da adolescente, è pronto a passare i controlli di sicurezza. Quando chiudo il mio trolley rosso parte il viaggio tra i miei pensieri. Sono esattamente ciò che non credevo sarei stata alla soglia dei trent’anni: lontana dai miei affetti, con un mutuo per i prossimi vent’anni in una città che odiavo e che ora amo, single e con un cane. Eppure non sono mai stata così fiera della mia vita come ora, una vita opposta a quella che fantasticavo solo cinque anni fa. Felice, piena di dubbi e incertezze, ma profondamente serena e piena di voglia di scoprire, di paure che scuotono e mi intimoriscono a tal punto da creare un’irrefrenabile desiderio di vedere fino a che punto vale la pena vivere la paura come qualcosa di negativo e non come uno stimolo che, se affrontato, mi dimostrerebbe che sono molto più forte delle mie incertezze.

Il mio trolley rosso è il custode delle mie riflessioni, pieno di domande all’andata e anche al ritorno, quando ai vestiti ben piegati si sostituiscono sacchetti improvvisati per la biancheria sporca. Perché? Perché ho imparato a non cercare più risposte alle domande che mi pongo prima di partire, non so come sia successo, ma è successo. L’ho scoperto l’ultimo giorno del mio ennesimo viaggio sola, mentre sistemavo canticchiando la valigia e, dopo un grande sospiro, ho pensato. Non che i giorni precedenti avessi vegetato, ma il fatto di aver sospirato mi ha aperto la mente e ho realizzato che  la costante di quei giorni era stata guardare, analizzare quello che si alternava davanti a me, mentre percorrevo km a piedi. I movimenti delle persone, l’odore delle strade che variava dal profumo di panetteria a quello di pollo fritto, i suoni della città, il colore del cielo: c’era troppo per avere la mente occupata da qualcosa che non fosse l’attimo che stavo vivendo.

E mentre piegavo i vestiti mi ha pervaso il senso di nostalgia che avevo scacciato durante quei giorni, o meglio, che non avevo assolutamente provato. Nostalgia per quel senso di vuoto che riempie più di qualsiasi cosa e che avrei dovuto mettere da parte fino al viaggio successivo, nostalgia per le persone che non sono state con me e che avrei voluto al mio fianco durante le camminate senza meta. Il mix perfetto che racchiude quella voglia di andare in giro per il mondo e, al contempo, la voglia di tornare a casa.

Il mio trolley rosso  che al ritorno, almeno apparentemente, ha sempre lo stesso peso dell’andata.

Il mio trolley rosso, piccolo e pieno di sogni, perché non servono grandi contenitori per grandi sogni, il cuore è così piccolo eppure sono tutti lì.

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