My life in a WhatsApp Chat

Stamattina ho aperto gli occhi e, dopo aver tolto il cellulare dalla modalità aereo ho ricevuto circa 60 messaggi su WhatsApp, mix  di conversazioni di gruppo e messaggi di persone X che alle 23.37  hanno voglia di chiacchierare, ma tu NO, hai chiuso il canale spingendo sull’icona dell’aero per dire: Ciao, io sono offline per oggi.

Ho aspettato di essere fuori casa per leggerli e scorrendo le varie conversazioni mi sono trovata a pensare che ognuna era esemplificativa dei miei “ruoli” sociali, delle varie parti che interpreto nella vita di tutti i giorni, solo traslate in versione 2.0 e messe su un supporto digitale: figlia, zia, amica/psicologa, stalker, lavoratrice.

Il gruppo famiglia: tutti, o quasi tutti – soprattutto se fuori sede o con fratelli che hanno lasciato il tetto di casa- ne abbiamo una. La chat in cui i genitori mandano la foto dei loro selfie orrendi perché il più delle volte sono presbiti e quindi mettono il telefono a una distanza indecente, foto classica scattata dal basso che non li esula dal doppio mento. La stessa chat in cui poi, se hai fratelli con figli e fratello e padre medico, tutto comincia a girare su vomiti, diarree, vitamine, culi rossi e dentini. Tu sei lì, invece, a 800km che mangi la tua insalata con il tonno ma dici a tua madre che hai comprato il filetto (sì come no, 6 euro per una fetta di carne CIAO) così è contenta perché: devi mangiare la carne rossa, sei anemica, hai bisogno di forze –  perché giustamente lei fa le analisi del sangue con lo screening visivo…a distanza. La chat che vive di foto per dire “siamo lontani, ma possiamo stare vicini se vogliamo” e in cui, puntuale come il Natale, arriva il momento in cui leggi – Mamma sta scrivendo…- però, lo sappiamo tutti, quel messaggio non sarà mai inviato o, al massimo, dopo 2 minuti il risultato sarà “ok, baci”.

Il gruppo amiche da una vita: è il gruppo che in realtà non vive sempre, tutte prese dalle singole vicissitudini che ci hanno portate a vivere in città diverse o vivere vite semplicemente molto differenti. Le amiche che ci sono se hai bisogno, così come nella vita, quelle che vedi una volta al mese se sei fortunata, ma che riescono a riassumere un anno davanti a un caffè. Le amiche “BEAUTIFUL”, quelle che anche se non vedi, quando le rivedi bene o male riesci a riprendere il filo del discorso, perché sono sempre loro…così come Ridge è Ridge (anche se quando è cambiato l’attore sono rimasta traumatizzata) e sai che prima o poi tornerà da Taylor se sta con Brooke o vorrà Brooke se sta con Taylor il giorno in cui, per caso, ti sei sintonizzata su Canale5.

Il gruppo di lavoro: il gruppo che è più una persecuzione che non un piacere. Nasce come “così ridiamo e scherziamo” e poi si riduce in una casella email per notizie flash, bombardamenti di link, di foto, di richieste last minute. Vai a fare un’ora di pilates alle 19,00? Ecco che dalle 19,04 alle 19,07 solo quel gruppo conta 800 notifiche…per cosa? Naturalmente niente che a te interessi, ma sei nel gruppo e DEVI leggere perché metti caso che qualcosa sia un minimo collegato a te? Che fai? Rischi? E quando arriva la domenica: “ciao ragazzi buona domenica, domani chi arriva presto in ufficio?”, è lì che scatta l’omertà.

Il gruppo con i cugini: non tutti hanno la fortuna di avere il gruppo Cuginanza/Cuginiamo/Cugini o come lo si chiami. Chi ce l’ha sa che non è il modo in cui ti tieni aggiornato su come stiano(a meno che non abbiano figli), ma è il gruppo in cui ci si ricorda delle ricorrenze, dei compleanni degli zii, dei mariti o mogli, un po’ per farsi vedere sempre sul pezzo, ma soprattutto è il gruppo in cui si commentano le vite facebookiane dei rispettivi genitori. Nello specifico: post del buongiorno con il gatto, post del buon pranzo con la foto standard con il piatto di spaghetti, post della buona cena con la pizza, post della buona notte con il fiore o DULCIS IN FUNDO (ma qui siamo al livello PRO), il selfie o la foto riesumata. Qui è una sfida alla salvezza, perché chi ha la fortuna di non avere il proprio genitore su Facebook può stare tranquillo, ma chi ce l’ha sa che prima o poi, al primo post tremendo, il gruppo Cugini si attiverà.

Il mix di gruppi silenziati: quei gruppi in cui sei finita perché ti ci hanno messa, ma che non riesci a seguire perché mentre tu stai lavorando loro scrivono o, ancora peggio, fanno note vocali e tu sai benissimo che quando riuscirai ad ascoltarle ormai la prima nota vocale sarà un argomento passato e sarà inutile il tuo commento 4 ore dopo. Sono quelli da cui ti vorresti eliminare, ma sarebbe come lasciare un tavolo in cui stai mangiando solo perché non parli con nessuno, quindi temi di offendere gli altri, che, probabilmente non ricordano nemmeno che tu sei nel gruppo o che comunque sanno (o pensano) che tu leggi e che quindi credono che a te faccia piacere essere sempre aggiornata sulla loro vita. Per quello, però, hanno inventato Facebook.

La conversazione con l’uomo della tua vita: è l’uomo della tua vita, quindi non è il tuo ragazzo, quello che ti piace e che ti dà retta una tantum, perché altrimenti sarebbe troppo facile. La chat che a volte ti trovi anche a cancellare il giorno in cui ti vuoi autoconvincere che “Basta, non gli scrivo più, cancello anche la chat così non cado in tentazione”… poi ti ritrovi dopo un massimo di due settimane a riattivarla. In realtà è spesso la conversazione più letta e riletta, perché c’è un gusto perverso nel riprendere le volte in cui ti ha risposto in modo carino e pensare che potrebbe rifarlo.

La conversazione con il non uomo della tua vita: è la chat cuscinetto con quello che ti fa sentire bella e speciale, ma che tu non vuoi, però per l’autostima fa piacere. Fai l’amica, lui fa il non uomo della tua vita, che ti chiede come stai e vorrebbe ergersi a psicologo perché gli andrebbe bene anche essere il tuo amico confidente nella speranza che prima o poi possa conquistarti. Non ce la farà mai e il fatto di fare l’amica ti fa sentire comunque con la coscienza a posto perché, come dice Max “La regola dell’amico non sbaglia mai, se hai un’amica non ci combinerai mai niente mai non potrà vederti come fidanzato” e se non lo capisce, bè, problemi suoi.

La conversazione singola con le amiche: anche se con alcune hai il gruppo ti ci senti in privato, per accordarsi per incontri tète à tète se le altre non ci sono o semplicemente perché non a tutte racconti tutto. La parte più divertente di queste conversazioni è il commentare determinati argomenti che escono nella chat di gruppo ma su cui non puoi esprimere la tua e devi necessariamente trovare qualcuna con cui ridere altrove per evitare l’ira funesta delle altre.

Le chat singole, a prescindere da questo caso, sono le chat confessionale, perché se non ti ci puoi vedere con un’amica ti ci scrivi. Sono le conversazioni in cui in 10 minuti passi da consolatrice dell’afflitta a consolata, quelle che se fossi seduta su un divano trangugeresti patatine e berresti succo di frutta fino a dire “Ciao, ci vediamo alla prossima seduta”.

La cosa che ho pensato dopo aver fatto quest’analisi è che sono quasi certa di non essere la sola in questo mare WhatsApp, non sono l’unica a passare dal ricevere foto delle mattonelle nuove del bagno della prima amica che è andata a convivere, a quelle dele foto di bambini, neonati, feti e foto orrende dei genitori che sperimentato l’autoscatto, come le foto prese dal Web che riportano frasi che diventano il tuo vademecum come: “Ho l’asma e voglia di crepare. Saluti.”

Tutto il mondo è paese, tutto il mondo è WhatsApp.

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